ARTICOLI SCIENTIFICI

Scrivere e inviare un articolo scientifico a una rivista sono due fasi strettamente connesse dello stesso processo accademico. Un buon articolo dà forma chiara a un problema, definisce una domanda, sviluppa una tesi e guida il lettore attraverso una sequenza persuasiva di passaggi. Al tempo stesso, un articolo appartiene a un’ecologia più ampia della pubblicazione accademica: viene scritto pensando a un possibile pubblico, prende forma entro le convenzioni di una disciplina e viene sottoposto a una rivista i cui obiettivi, ambito, standard e condizioni pratiche siano adatti al lavoro. 

Questa guida riunisce queste molteplici dimensioni. La prima parte considera come progettare, strutturare e rifinire un articolo di ricerca e spiega, poi, come preparare titolo, abstract e parole chiave, e gestire riferimenti e bibliografia. La seconda parte, invece, discute le modalità di scelta di una rivista scientifica adatta, come affrontare l’invio dell’articolo e il processo di referaggio.

Sebbene questa guida sia organizzata attorno all’articolo scientifico, gran parte dei consigli contenuti prima parte si applica direttamente anche a una tesi di laurea triennale (e non solo). Una tesi è normalmente più lunga di un articolo e richiede una ricostruzione più ampia della letteratura e un’esposizione più esplicita della propria struttura. I principi di fondo, tuttavia, restano gli stessi: formulare un problema preciso, organizzare l’argomento in fasi riconoscibili, distinguere le fonti dall’interpretazione e rendere ogni riferimento rintracciabile.

PARTE I

L’articolo scientifico è una delle unità fondamentali della scrittura accademica. La sua ridotta dimensione ci obbliga a isolare un problema, formulare una domanda precisa e difendere una tesi circoscritta entro uno spazio controllato. La stessa logica argomentativa ricompare spesso nei capitoli di un libro, nei progetti di ricerca e nelle sezioni di lavori più ampi. Imparare a scrivere un buon articolo è quindi un modo efficace per imparare a organizzare la ricerca in generale.

La scrittura di un articolo si svolge normalmente in fasi distinte che non possono e non devono essere standardizzate. Molto spesso si parte dall’introduzione, la cui scrittura ha una funzione di chiarificazione del contesto e dei limiti dell’articolo che ci accingiamo a scrivere. Seguono corpo dell’articolo e conclusione. Solo in un secondo momento, quando l’articolo è stato opportunamente rivisto ed è pronto per l’invio a una rivista, si passa a preparare l’abstract e scegliere le parole chiave. Infine, come ultima mossa prima dell’invio, è sempre opportuno fare un controllo dettagliato dei riferimenti a nota e della bibliografia. 

Le principali componenti di un articolo svolgono funzioni diverse:

  • Il titolo e l’abstract rendono visibile l’articolo e offrono al lettore una ragione per aprirlo.
  • L’introduzione, il corpo dell’articolo e la conclusione organizzano l’argomento e cercano di persuadere il lettore che l’interpretazione o la soluzione proposta meriti di essere accolta.
  • Le parole chiave, le note e la bibliografia rendono la ricerca reperibile, verificabile e riutilizzabile da altri studiosi.

Gli articoli scientifici costituiscono pertanto un genere riconoscibile. Come ogni altro genere, sono regolati da convenzioni relative a struttura, stile e metodo. Nello specifico:

  • La struttura riguarda l’organizzazione interna dell’articolo e la relazione tra le sue parti.
  • Lo stile riguarda il registro, la struttura delle frasi, la terminologia e gli strumenti usati per guidare il lettore attraverso l’argomento.
  • Il metodo riguarda le procedure mediante le quali viene affrontata la domanda di ricerca. Varia in misura molto maggiore tra discipline e tradizioni di ricerca.

Struttura e stile sono caratteristiche relativamente generali della scrittura accademica nelle discipline umanistiche. Il metodo dipende più direttamente dall’oggetto della ricerca e dal tipo di tesi che si intende difendere. Una ricostruzione storica, un’interpretazione testuale e un argomento formale possono richiedere procedure differenti. Il lettore dovrebbe poter riconoscere che tipo di testo sta leggendo e quale funzione svolge ciascuna parte senza che questo implichi una conformità meccanica. 

Durante la scrittura di un articolo, alcuni consigli hanno una valenza particolare. 

  • Usare segnali testuali quando aiutano il lettore a comprendere la sequenza argomentativa. 
  • Mantenere stabile la terminologia adottata in tutto il testo. 
  • Usare i tempi verbali in modo coerente: il presente funziona spesso bene per riferire ciò che un testo o un argomento sostiene, mentre il passato è appropriato per eventi storici e procedure di ricerca concluse. 
  • Evitare ridondanze, tecnicismi non necessari e frasi tanto lunghe e complesse da rendere opaca la tesi. 
  • La forma passiva può essere utile, ma dovrebbe avere una funzione precisa invece di diventare una scelta automatica.

Seguendo LaPlaca, Lindgreen e Vanhamme (2018), un’introduzione dovrebbe rendere chiare quattro cose: la domanda di ricerca, il quadro di riferimento pertinente, il contributo dell’articolo e la ragione per cui quel contributo è importante.

In un articolo di filosofia, questi elementi possono essere organizzati normalmente in tre passaggi. In primo luogo, si deve stabilire il contesto del problema. Fatto questo, si deve passare a formulare la domanda di ricerca e dichiarare la tesi e/o l’obiettivo dell’articolo. Infine, si deve spiegare la procedura tramite la quale tale tesi sarà argomentata. Questi passaggi corrispondono spesso al passaggio dal contesto, al problema, e infine alla struttura dell’argomento.

Il primo passo, quindi, è fornire il contesto necessario al lettore per comprendere il problema. Due domande sono particolarmente utili a riguardo: quale dibattito, testo o difficoltà concettuale dà origine all’articolo? Che cosa rimane poco chiaro, controverso o insufficientemente spiegato nella letteratura esistente? Questa parte iniziale deve essere concisa e selettiva: l’introduzione non deve convertirsi in una sorta di rassegna esaustiva della letteratura o dello stato dell’arte.

Con il secondo passo si formula quindi la domanda di ricerca nel modo più chiaro possibile. La domanda di ricerca (o research question) è la questione interpretativa che muove la ricerca discussa nell’articolo. Naturalmente, essa può non essere presentata in forma di domanda: ad essere fondamentale è la funzione che svolge, non la forma in cui è presentata, che si può legare a specificità argomentative e retoriche. Il lettore dovrebbe poter identificare che cosa l’articolo cerca di stabilire e perché vale la pena porre la domanda. In molti casi è utile formulare già nell’introduzione la risposta, o almeno la sua direzione per ottimizzare la facilità della comprensione del lettore. 

Infine, il terzo passo dell’introduzione spiega come procede l’argomento, ossia l’analisi presentata dall’articolo. La descrizione del percorso deve sempre corrispondere alle sezioni effettive in cui si struttura l’articolo. A tal fine è spesso opportuno usare segnali testuali semplici come “in primo luogo”, “in secondo luogo” e “infine” quando chiariscono la sequenza dell’analisi e dell’articolo. Ogni passaggio deve svolgere una funzione: esso deve spiegare perché la sezione successiva è necessaria rispetto all’argomento complessivo.

Il corpo dell’articolo sviluppa la domanda di ricerca attraverso i passaggi annunciati nell’introduzione. La sua struttura precisa dipende dalla disciplina filosofica, dal metodo adottato e dal tipo di tesi che si vuole argomentare. Restano tuttavia utili tre principi generali da seguire.

Innanzitutto, ci si deve sforzare di mantenere una corrispondenza argomentativa tra introduzione, abstract e corpo dell’articolo. Questo significa che se l’introduzione promette tre passaggi, il corpo dell’articolo deve renderli visibili e conservarne la relazione logica.

In secondo luogo, si deve appurare che ogni sezione abbia una propria funzione argomentativa. Una sezione, una sottosezione o un paragrafo deve giustificare la propria presenza contribuendo direttamente alla domanda principale. Materiale interessante che non svolge una funzione chiara nell’articolo dovrebbe essere limitato quanto più possibile: anche aggiungerlo in nota può non essere la scelta giusta, specialmente se può essere utilizzato altrove come base per un ulteriore articolo.

Infine, è fondamentale controllare il movimento locale dell’argomento. Ogni sezione dovrebbe funzionare come unità argomentativa a sé stante, ossia formulare una tesi, fornire prove o ragioni, spiegarne il significato e collegare il risultato a ciò che segue.

È buona pratica accademica far sì che il corpo dell’articolo sia sufficiente a fornire l’orientamento necessario al lettore per comprendere facilmente e opportunamente il suo contenuto, senza costringerlo a ricostruirne da solo l’architettura e i movimenti analitici interni. Brevi frasi di transizione possono essere molto efficaci nel richiamare ciò che è stato stabilito, spiegare da quale problema emerga la questione successiva e chiarire in che modo la nuova sezione contribuisca alla tesi generale.

La conclusione chiude il movimento argomentativo dell’articolo. Un semplice riassunto è di solito insufficiente, perché il lettore ha appena terminato il testo. La conclusione dovrebbe invece rendere esplicito il risultato intellettuale raggiunto. Due compiti sono particolarmente importanti:

  1. indicare il guadagno principale: si deve spiegare che cosa l’argomento ha stabilito, chiarito, modificato o reso possibile.
  2. tornare al dibattito: bisogna spiegare che cosa segue dal risultato rispetto al problema introdotto all’inizio e, quando opportuno, rispetto a questioni adiacenti.

Le conclusioni dovrebbero essere assertive senza diventare teatrali. Evita affermazioni che eccedono ciò che l’articolo ha effettivamente dimostrato. Una conclusione forte identifica spesso la portata precisa del risultato e indica dove esso può condurre. Gli articoli aprono normalmente ulteriore lavoro anche quando risolvono una questione circoscritta.

Titolo, abstract e parole chiave sono facili da trattare come elementi accessori. Tuttavia, essi sono tra le parti più decisive di un articolo: sono, infatti, i primi elementi che incontrano editore, revisori, banche dati, motori di ricerca e potenziali lettori. Di norma conviene definirli nella loro forma finale solo dopo aver completato l’articolo, quando la tesi e la struttura sono ormai stabili. 

Questi tre elementi svolgono funzioni differenti. Il titolo identifica l’articolo e attrae possibili lettori. L’abstract rappresenta l’argomento in miniatura fornendo una sorta di guida al possibile lettore che può così decidere di leggere effettivamente l’articolo. Le parole chiave, infine, collocano il testo entro sistemi di reperimento e classificazione e, quindi, rendono l’articolo trovabile dal possibile lettore interessato. Data la loro stretta relazione funzionale, titolo, abstract e parole chiave vanno progettati insieme, evitando tuttavia ripetizioni non necessarie.

LaPlaca, Lindgreen e Vanhamme (2018) descrivono il titolo come una sorta di “invito” a entrare nel testo dell’articolo. Ne seguono due requisiti. Da un lato, un titolo dovrebbe essere abbastanza chiaro da identificare l’oggetto dell’articolo e, dall’altro, dovrebbe essere abbastanza distintivo da attirare l’attenzione.

Chiarezza e distintività possono essere combinate in molti modi. La formula titolo-sottotitolo è particolarmente utile nelle discipline filosofiche, perché permette di affiancare a una prima parte più breve e memorabile una descrizione precisa dell’oggetto dell’articolo. In ogni caso, un sottotitolo dovrebbe essere usato solo quando aggiunge precisione, ad esempio identificando l’autore, il testo, il periodo, o il problema affrontato nell’articolo. In questo caso, la prima parte del titolo dovrebbe tuttavia restare significativa e chiara anche se separata dal sottotitolo. In ogni caso, è sempre bene optare per titoli brevi, chiari e incisivi: di solito, un titolo che occupa diverse righe contiene informazioni che appartengono all’abstract.

Le parole che compongono un titolo dovrebbero essere scelte con cura. La terminologia tecnica è utile quando identifica con precisione il campo ma il gergo decorativo raramente migliora un titolo. Un principio simile si applica alle citazioni. Usare nel titolo una citazione virgolettata (o un termine in una lingua straniera) può apparire efficace all’inizio ma può altresì risultare in spiacevoli rese visive quando l’articolo viene citato usando alcuni dei vari sistemi di riferimento bibliografico comunemente adottati. In generale, sebbene ci sia spazio per una certa individualità e creatività nella scelta di un titolo, il focus dovrebbe essere sempre posto sulla reperibilità della ricerca: il titolo, in altre parole, deve facilitare l’identificazione della ricerca e la sua reperibilità da parte del lettore interessato che, dal titolo, dovrebbe poter riconoscere il tema dell’articolo.

Un abstract è una rappresentazione compatta dell’articolo: una sorta di microcosmo che delinea gli aspetti salienti del macrocosmo dell’articolo. In questo senso, l’abstract ha due funzioni. In primo luogo, deve permettere a editori, revisori e lettori di comprendere quale problema viene affrontato, quale tesi viene sostenuta, come procede l’argomento e perché il risultato è rilevante. In secondo luogo, però, l’abstract ha anche una funzione promozionale fondamentale: infatti, è l’abstract che perfeziona l’invito al lettore posto dal titolo convincendolo rispetto all’interesse verso il contenuto dell’articolo.

Per questo motivo, LaPlaca, Lindgreen e Vanhamme (2018) descrivono l’abstract come una sorta di pubblicità dell’articolo. La metafora è utile ma l’accuratezza deve rimanere prioritaria. Un abstract che promette più di quanto l’articolo mantenga può attirare attenzione, ma produce anche lettori delusi e revisori diffidenti. Si consideri il caso limite di un lettore che acquista l’articolo online dopo essere stato persuaso dal suo titolo e dal suo abstract. Se l’articolo non è allineato con quanto viene detto nell’abstract, la lettura si convertirà presto in frustrazione.

Nelle discipline filosofiche, un abstract efficace segue spesso una sequenza semplice: contesto, problema, tesi, procedura e contributo. Le discipline scientifiche possono richiedere invece una struttura più esplicita basata su metodi e risultati, talvolta secondo un modello IMRaD. È sempre bene controllare le convenzioni della rivista e del settore verso cui è diretto l’articolo.

Alla luce di quanto detto, quando si scrive un abstract risulta fondamentale allinearlo con i contenuti reali dell’articolo: proprio per questo motivo, l’abstract viene solitamente scritto dopo aver preparato una bozza definitiva del testo. Infatti, è cruciale che ogni promessa contenuta nell’abstract trovi effettivo riscontro nel testo. Questo punto implica anche che se l’articolo viene modificato durante successive fasi di revisione, l’abstract deve essere controllato e aggiornato dove necessario.

A livello stilistico, l’abstract deve essere chiaro e convincente. La tesi principale dell’articolo deve essere formulata quanto prima, facendo seguito a una concisa discussione del contesto di riferimento. Un errore comune è dare troppo spazio al contesto, facendo perdere tempo al lettore e, quindi, rischiando di rendere più difficile l’individuazione delle informazioni che sta cercando e che, in linea teorica, sono presentate nell’articolo. Per questo motivo, la chiarezza dell’abstract è prioritaria rispetto alla sua bellezza espositiva. Un test molto utile è chiedere a un collega o un amico di leggere l’abstract e valutare se dopo una lettura attenta risultano identificabili tema, domanda e sviluppo argomentativo.

Le parole chiave sono metadati intellettualmente significativi. Esse aiutano le banche dati a classificare l’articolo e, quindi, permettono ai lettori di trovarlo. Vanno quindi scelte strategicamente. In questo caso, la regola generale è essere specifici senza diventare idiosincratici. Un buon insieme di parole chiave procede normalmente dal dominio più ampio verso l’oggetto o il problema distintivo dell’articolo.

Uno o due termini più generali aiutano a collocare l’articolo nel suo campo o dibattito principale, mentre concetti più specifici possono identificare il problema centrale, il metodo o l’oggetto testuale dell’articolo. In questo senso, si dovrebbe evitare un uso eccessivo dei nomi dei filosofi, limitando il loro uso ai casi in cui tale filosofo è oggetto primario dell’articolo e non un interlocutore occasionale. In modo analogo, le forme più comuni dei termini devono essere priorizzate e i termini in lingua originale adottati con grande cautela.

Un errore molto comune è la duplicazione meccanica del titolo nelle parole chiave. Si tratta di un errore stupido e pericoloso dato che le parole chiave possono estendere la reperibilità dell’articolo nominando concetti collegati che il titolo non contiene. Privarsi di questa funzione estensiva significa limitare l’ampiezza del pubblico di lettori possibilmente interessati. Da questo punto di vista, quindi, si dovrebbe sempre pensare dalla prospettiva del lettore e chiedersi quali termini uno studioso digiterebbe realmente in un catalogo, in una banca dati o in un motore di ricerca per trovare la ricerca presentata nell’articolo.

I riferimenti sono una parte essenziale di un contributo scientifico e permettono al lettore di verificare le affermazioni, ricostruire il dibattito, individuare i testi da cui dipende un’interpretazione. La bibliografia ha quindi una funzione cruciale nella struttura dell’articolo e proprio per questo motivo deve essere curata non solo a livello di selezione e fondamento ma anche sotto un profilo formale, tanto nelle note quanto nella bibliografia conclusiva.

Ogni rivista, casa editrice e dipartimento ha delle norme redazionali (o stylesheet): esse dettagliano il sistema di citazione adottato, regole stilistiche e formali, incluse quelle relative a citazioni nel corpo del testo, punteggiatura, presentazione di schemi, e altro ancora. Lo scopo delle norme redazionali è duplice: uniformare stilisticamente i vari contributi scientifici e rendere le fonti identificabili e rintracciabili. Per questo motivo, Le norme redazionali devono essere sempre seguite con estrema attenzione: solo quando è davvero necessario si può pensare di rinegoziarle con gli editori della rivista o i responsabili della casa editrice. 

Sebbene alcuni software di gestione bibliografica (ad esempio, Zotero) possano risultare utili per gestire banche dati bibliografiche e produrre riferimenti in stili diversi, il controllo manuale da parte dell’autore è tuttavia fondamentale. Le AI generative possono essere estremamente utili come passaggio di controllo ma anche in questo caso è responsabilità dell’autore quella di controllare scrupolosamente che tutto sia in ordine – e che l’AI non abbia, in quel caso, aggiunto nuovi riferimenti per allucinazione.

Esistono numerosi sistemi di riferimento bibliografico – probabilmente troppi, dato che il passaggio continuo da uno all’altro impone al ricercatore un investimento di tempo e fatica del tutto inutile. In filosofia e nelle discipline umanistiche sono particolarmente comuni due sistemi ed è bene familiarizzarsi con entrambi. Il primo è il sistema autore-anno, ampiamente utilizzato nelle scienze sociali e in molti ambiti della filosofia contemporanea. Il secondo è il sistema note e bibliografia, comune nel lavoro storico e filologico e ancora molto diffuso nelle discipline umanistiche dell’Europa continentale. 

Nel sistema autore-anno, un riferimento breve compare nel testo principale, normalmente tra parentesi. Contiene il cognome dell’autore, l’anno di pubblicazione e il numero di pagina quando viene citato un passaggio specifico. Le informazioni bibliografiche complete compaiono soltanto nella bibliografia finale.

  • Esempio nel testo: (Burnett 1997, 32–37).
  • Esempio di libro in bibliografia: Burnett, Charles. 1997. The Introduction of Arabic Learning into England. London: The British Library.
  • Esempio di articolo: Rampling, Jennifer M. 2012. “John Dee and the Sciences: Early Modern Networks of Knowledge.” Studies in History and Philosophy of Science 43/3: 432–436.
  • Esempio di capitolo: Jolivet, Jean. 1988. “The Arabic Inheritance.” In A History of Twelfth-Century Western Philosophy, edited by Peter Dronke, 113–148. Cambridge: Cambridge University Press.

Questo sistema presenta due vantaggi. In primo luogo, esso mantiene i riferimenti compatti e rende immediatamente visibile la data della letteratura citata. Inoltre, il sistema funziona particolarmente bene quando l’argomento dialoga ripetutamente con un ampio corpo di letteratura secondaria. E tuttavia ha anche degli svantaggi, specialmente negli ambiti storico-filosofici. Da un lato, riferimenti parentetici molto fitti possono interrompere il testo. Dall’altro, si pone la brutta questione di come citare edizioni critiche moderne di testi premoderni, cosa che spesso implica citazioni del tipo (Tommaso d’Aquino 2010), dove il nome dell’autore storico viene legato a una data in cui, evidentemente, non poteva aver scritto alcunché. 

Nonostante la sua semplicità, non esiste un unico stile autore-anno universalmente accettato. Chicago author-date, Harvard, APA e gli stili propri delle singole riviste differiscono nella punteggiatura, nell’uso delle maiuscole e nel trattamento dei volumi collettanei. Per questo motivo, la versione richiesta dalla rivista ha sempre priorità e deve essere opportunamente controllata. 

Il sistema note e bibliografia colloca i riferimenti bibliografici nelle note a piè di pagina e presenta una bibliografia completa alla fine. È particolarmente comune nella tradizione continentale della storia della filosofia. Un buon esempio di questo sistema è offerto dalle norme editoriali della Revista Española de Filosofía Medieval – ma si tratta solo di un esempio dato che il sistema si declina in una pluralità di istanziazioni.

In questo sistema, la prima nota a piè di pagina in cui viene citata un’opera fornisce il riferimento completo. Le citazioni successive della stessa opera, invece, usano una forma abbreviata (cognome dell’autore, parte principale del titolo, pagine di riferimento interne al range):

  • Prima citazione di un libro: Charles Burnett, The Introduction of Arabic Learning into England. London: The British Library, 1997, 32–37.
  • Citazione successiva: Burnett, Introduction of Arabic Learning, 20–27.
  • Prima citazione di un articolo: Jennifer M. Rampling, “John Dee and the Sciences: Early Modern Networks of Knowledge”, Studies in History and Philosophy of Science 43/3 (2012): 432–436, 433.
  • Citazione successiva: Rampling, “John Dee and the Sciences”, 434–435.

Nella bibliografia, la stessa opera viene indicata per esteso, ma il cognome dell’autore viene prima del nome. Per esempio: Burnett, Charles. The Introduction of Arabic Learning into England. London: The British Library, 1997.

Se non è esplicitamente prescritto dalle norme editoriali della rivista, sconsiglio vivamente l’utilizzo di forme quali ibid., id. ed ead. e suggerisco, al contrario, di ripetere i riferimenti bibliografici anche quando compaiono in una successione consecutiva. Ci sono diverse ragioni per evitare l’uso di queste forme. Durante le fasi di revisione, lo spostamento, l’inclusione o l’eliminazione di note può lasciare un ibid. privo di un riferimento esplicito. Inoltre, l’utilizzo di queste forme rende la lettura più difficile, obbligando il lettore a muoversi costantemente all’interno del sistema di riferimenti a piè di pagina.

Nel lavoro storico-filosofico, è fondamentale distinguere chiaramente tra fonti primarie e letteratura secondaria. Le fonti primarie devono identificare l’edizione effettivamente utilizzata. Se il testo dispone di un sistema canonico di riferimento (ad esempio, questioni, articoli, ecc.), esso deve essere usato con coerenza in modo da permettere al lettore di localizzare un passaggio in edizioni e traduzioni differenti.

Le traduzioni pubblicate di testi primari richiedono la stessa attenzione e bisogna sempre indicare quale traduzione viene utilizzata. Lo stesso criterio si applica alle traduzioni fatte personalmente in sede di scrittura dell’articolo o della tesi: le traduzioni personali devono essere dichiarate in una nota (ossia, nella prima nota) o nelle premesse metodologiche. Sempre rispetto alle traduzioni in lingua moderna, è buona norma presentare nel corpo principale del testo la traduzione in lingua moderna (ad esempio, in italiano) del passaggio in questione (ad esempio, in latino), mettendo in nota il testo originale (in latino, in questo caso) se e solo se (1) la traduzione è una traduzione svolta contestualmente dall’autore o (2) il testo latino, sebbene abbia una traduzione moderna pubblicata, offre punti fondamentali per la discussione. 

La letteratura secondaria, invece, è l’insieme di studi che interpretano, discutono e ricostruiscono le fonti primarie dello studio. Possono essere studi recenti o meno recenti: il punto fondamentale è la funzione che essi svolgono all’interno dell’articolo. Quando gli studi secondari vengono inclusi in bibliografia, devono fornire le informazioni necessarie a identificare esattamente l’opera citata. 

Le note a piè di pagina sono strumenti molto importanti con cui si forniscono informazioni aggiuntive e riferimenti per evitare di appesantire il corpo dell’articolo e offuscare la struttura argomentativa. L’efficacia nell’uso delle note a piè di pagina è una competenza che si sviluppa nel tempo con la pratica ripetuta. 

Uno degli errori più comuni è rendere le note ipertrofiche tramite l’inclusione di materiale eccessivo e disconnesso, lunghe serie di riferimenti bibliografici, e digressioni accidentali. Al contempo, un secondo errore, meno comune ma altrettanto problematico, è lo spostamento di informazioni importanti per lo svolgimento dell’argomento dal corpo del testo alla nota, cosa che può depotenziare il valore argomentativo della tesi dell’articolo.

Un buon punto di partenza per impratichirsi nella pratica delle note a piè di pagina è l’attenta considerazione delle quattro funzioni principali svolte da queste note:

  1. identificare una fonte primaria o secondaria citata nel corpo del testo tramite un riferimento bibliografico univoco
  2. fornire una breve precisazione dell’argomentazione o dei dati forniti nel corpo dell’articolo: può trattarsi di un problema secondario implicato dalla trattazione, una possibile diversa lettura (se essa non impatta sull’architettura interpretativa dell’articolo), una variante testuale, ecc. 
  3. rimandare il lettore a ulteriori studi di letteratura secondaria oppure ad ulteriori testi di autori storici
  4. presentare materiale pertinente ma accessorio nell’economia del testo, ad esempio un passo in lingua originale, che se fosse posto nel corpo dell’articolo interromperebbe il filo principale dell’argomento.

Naturalmente, se si utilizza un sistema di riferimento autore-anno, l’uso delle note a piè di pagina cambia sostanzialmente. In questo sistema, i riferimenti alle fonti primarie e alla letteratura secondaria vengono infatti forniti direttamente nel corpo del testo. Per questa ragione, le note a piè di pagina sono limitate alle funzioni (2) e (3) della lista qui sopra.

In generale, è sempre bene interrogarsi rispetto alla necessità o meno di aggiungere una nota. Ci si deve ricordare sempre che se si reputa che il lettore debba sapere qualcosa per poter accettare la tesi centrale, tale contenuto appartiene normalmente al testo principale. Le note vanno considerate primariamente come degli strumenti di sostegno e documentazione ma mai di contorno, al fine di evitare inutili digressioni.

Ogni citazione diretta deve poter essere ricondotta a una fonte precisa. Questo implica che pagina, sezione, proposizione, questione, articolo, riga o altro localizzatore standard richiesto dal testo e dalla disciplina vadano indicate in modo univoco e coerentemente con le norme editoriali di riferimento. Se le norme non sono chiare a riguardo, è buona prassi contattare la rivista per chiedere delucidazioni.

Un ultimo punto da tenere presente è che alcune riviste e case editrici adottano un sistema di riferimenti che utilizza note a fine capitolo (endnotes) invece delle note a piè di pagina (footnotes). In questo caso, la principale differenza riguarda la fruizione del testo da parte del lettore. Mentre le note a piè di pagina permettono di verificare immediatamente riferimenti e precisazioni, le note a fine capitolo richiedono un processo più complesso, nel quale il lettore deve muoversi avanti e indietro tra le pagine del testo. Questo comporta una minore visibilità delle note stesse, un fattore che deve essere tenuto in considerazione durante la loro stesura.

Prima dell’invio alla rivista (o al relatore, in caso di tesi), svolgi un controllo separato di tutti i riferimenti. Questo passaggio dovrebbe essere separato dalla revisione stilistica del corpo principale dell’articolo: prima si svolge uno, poi si effettua l’altro. In entrambi i casi, gli apparati formali devono essere controllati in modo sistematico. Nello specifico, è sempre opportuno verificare che nella versione definitiva:

  • ogni citazione diretta abbia un riferimento preciso.
  • ogni citazione abbreviata possa essere collegata in modo univoco e coerente a una singola voce bibliografica completa.
  • ogni opera citata nel testo o nelle note compaia in bibliografia quando lo stile della rivista lo richiede.
  • le voci bibliografiche che non sono più citate siano state eliminate.
  • nomi, titoli, date, numeri di volume, intervalli di pagine e segni diacritici siano stati verificati sulle fonti utilizzate
  • le abbreviazioni delle fonti primarie e i riferimenti canonici siano coerenti in tutto l’articolo.
  • autoriferimenti e ringraziamenti siano stati anonimizzati (ovviamente, questo non accade con una tesi di laurea).

Un apparato di riferimenti pulito è una delle condizioni fondamentali della scrittura scientifica seria. Per questa ragione, sottovalutarne l’importanza può comportare una serie di problemi interpretativi seri che devono sempre essere minimizzati quanto più possibile.

PARTE II

L’invio di un articolo a una rivista dovrebbe essere pianificato prima che l’articolo sia completamente terminato. Quando la domanda di ricerca e la strategia generale sono chiare, si devono individuare le riviste per le quali il lavoro potrebbe plausibilmente essere scritto. Questo rende più facile controllare lunghezza, pubblico, terminologia e quantità di contesto necessaria. I buoni articoli, infatti, vengono di solito costruiti avendo in mente una possibile sede editoriale: ciò permette di comprendere preventivamente la comunità a cui il lavoro si rivolge. Nella valutazione di possibili riviste, quattro elementi risultano particolarmente importanti: pertinenza, pubblico, reputazione e condizioni pratiche.

Il primo criterio valuta la pertinenza della rivista, ossia l’allineamento effettivo tra l’articolo e la rivista. Per valutare questo criterio, è fondamentale leggere gli obiettivi (aims and scope) della rivista, e consultare articoli pubblicati di recente in quella sede. Infatti, i contenuti effettivamente pubblicati possono rivelare gli interessi reali della rivista più chiaramente.

Una volta chiarite le coordinate scientifiche della rivista, è opportuno interrogarsi rispetto al pubblico, ossia ai lettori della rivista considerata. Ci si deve quindi chiedere chi incontrerà con maggiore probabilità il lavoro in quella sede. Un articolo può essere adatto a più di una disciplina, ma l’inquadramento e la quantità di spiegazioni contestuali possono (e spesso devono) cambiare a seconda del pubblico di riferimento.

Il terzo criterio è relativo alla reputazione e alla valutazione della rivista. Indicizzazione, classificazioni nazionali, metriche citazionali e ranking delle riviste possono avere rilievo per la carriera e i finanziamenti. SJR e strumenti simili possono fornire informazioni utili, ma nessun ranking dovrebbe essere trattato come misura completa della qualità scientifica.

Infine, si devono valutare le condizioni pratiche, ossia limite di parole, lingua, politica di open access, tasso di accettazione (se disponibile), modello di peer review, frequenza di pubblicazione e tempi attesi. I tempi di revisione e pubblicazione variano enormemente da rivista a rivista, passando da pochi mesi a ben oltre un anno (e in alcuni casi anche di più).

Sempre in sede di valutazione della rivista, è bene dubitare profondamente di qualsiasi invito da parte di una rivista a inviare un articolo. Molto spesso si tratta di riviste predatorie, specialmente quando tali inviti sono generici, adulatori, estranei al campo di indagine o promettono una pubblicazione implausibilmente rapida. Se l’invito sembra essere legittimo, è sempre bene valutare la rivista nel suo complesso: comitato editoriale, editore, politica di peer review, dichiarazioni sull’indicizzazione, archiviazione, costi, informazioni di contatto e qualità degli articoli pubblicati di recente.

Pubblicare in una rivista normalmente non richiede costi di pubblicazione, specialmente in ambito filosofico. Alcune riviste hanno recentemente iniziato a richiedere un article processing charge (APC), ossia il pagamento di un contributo di pubblicazione. Sebbene questo non renda una rivista predatoria a livello di categorizzazione, tali riviste vanno evitate in quanto, sotto un profilo etico e deontologico, pongono questioni stringenti rispetto al processo di pubblicazione (almeno secondo me). Ai fini della classificazione di una rivista come predatoria, tuttavia, ciò che conta è la trasparenza e il servizio scientifico effettivamente fornito.

Alcuni modelli di open access prevedono contributi di pubblicazione per assicurare la gratuità di fruizione e download di un contributo scientifico. Esistono molte riviste con open access gratuito, mentre altre chiedono, appunto, un contributo. L’open access può assumere diverse forme:

  • il gold open access rende disponibile liberamente l’articolo finale attraverso la rivista ma può essere previsto un APC.
  • il diamond open access rende disponibile liberamente l’articolo senza costi per l’autore.
  • il green open access consente di depositare in un repository una versione autorizzata, spesso il manoscritto accettato, secondo la politica applicabile.
  • l’hybrid open access offre un’opzione ad accesso aperto all’interno di una rivista in abbonamento, normalmente a pagamento (ma alcuni enti finanziatori limitano l’ammissibilità di tali costi).

I requisiti degli enti finanziatori vanno controllati separatamente dalla politica della rivista. Nell’ambito di Horizon Europe, per esempio, i beneficiari devono garantire un open access immediato per le pubblicazioni sottoposte a referaggio attraverso un repository scientifico affidabile e secondo le condizioni di licenza applicabili. 

Se il calendario lo consente, è bene lasciar riposare l’articolo per qualche giorno e rileggerlo poi un’ultima volta come argomento completo. Prima dell’invio, tuttavia, è sempre buona norma svolgere un ultimo controllo tecnico. Si devono controllare con attenzione le norme editoriali, comprese lunghezza, formato del file, stile bibliografico, figure ed eventuale materiale supplementare. Infine, si deve anonimizzare il manoscritto, controllando ringraziamenti, autoriferimenti, proprietà del file e altri metadati che potrebbero rivelare l’identità dell’autore.

Dopo l’invio, gli editori della rivista svolgono normalmente una prima valutazione (nota come desk assessment). In questa fase possono rifiutare un manoscritto (desk rejection) se è estraneo all’ambito della rivista, non soddisfa standard scientifici o formali di base oppure non appare sufficientemente competitivo per essere inviato a revisori esterni. Una desk rejection dice spesso più sulla pertinenza e sulle priorità editoriali che sulla qualità intrinseca dell’articolo.

Se il manoscritto viene inviato in revisione esterna o referaggio (peer review), studiosi indipendenti ne valutano originalità, argomento, evidenze, rilevanza e presentazione. La peer review fornisce informazioni e suggerimenti agli editori, che restano comunque i responsabili ultimi della decisione finale in merito all’accettazione o meno dell’articolo.

I modelli di referaggio variano. Nella revisione a unico cieco (single-blind peer review), i revisori conoscono l’identità dell’autore, mentre la propria rimane nascosta. Nella revisione a doppio cieco (double-blind peer review), autore e revisori sono reciprocamente anonimi. Alcune riviste adottano modelli aperti, trasparenti, collaborativi o anche di post-pubblicazione. In alcuni modelli aperti, i nomi dei revisori sono inseriti nella versione finale dell’articolo. Anche il numero dei revisori varia. È sempre bene controllare la politica della rivista invece di presupporre l’esistenza di un unico modello standard.

Un report di revisione combina normalmente una valutazione complessiva, commenti dettagliati e una raccomandazione all’editore. Alcune parti possono essere visibili soltanto all’editore e la raccomandazione del revisore ha carattere meramente consultivo: gli editori possono attribuire pesi diversi ai pareri ricevuti, richiedere un’ulteriore valutazione o prendere una decisione diversa da quella suggerita dai revisori.

Le categorie decisionali cambiano da rivista a rivista, ma sono comuni le seguenti:

  • accettazione (acceptance) senza modifiche sostanziali: i casi di accettazione diretta sono estremamente rari
  • revisione minore (minor revision), quando sono richieste modifiche limitate
  • revisione maggiore (major revision), quando sono necessarie modifiche sostanziali prima di una decisione finale
  • rivedere e reinviare (revise and resubmit), quando il manoscritto nella forma attuale è respinto ma la rivista è disponibile a valutare una versione profondamente rielaborata
  • rifiuto (rejection), quando la rivista non intende procedere ulteriormente con il manoscritto.

I report dei revisori vanno letti in modo diagnostico e con un “growth mindset”. buona pratica che i revisori forniscano un feedback costruttivo ma, purtroppo, molto spesso ciò non accade e il modo in cui viene presentata la valutazione può essere, in alcuni rari casi, anche scortese. Nonostante la forma in cui viene presentato il feedback, l’unico modo in cui esso deve essere interpretato è tramite apertura epistemica: le critiche e i suggerimenti vanno presi metodologicamente come sinceri consigli dati da un collega per migliorare il contributo della ricerca. In tal senso, ci si deve focalizzare sull’autoriflessione e l’autocritica: entrambi sono strumenti fondamentali per diventare buoni filosofi e buoni ricercatori. Questo non significa, ovviamente, che ogni critica sia ben fondata ma soltanto che prima di criticare la critica dobbiamo criticare noi stessi con una buona dose di umiltà epistemica.

Alcune critiche dei revisori riveleranno probabilmente delle debolezze reali, mentre altre possono riflettere disaccordo, incomprensione o una diversa concezione del problema. Anche un rifiuto può essere utile se mostra dove l’argomento, l’inquadramento o l’esposizione non sono riusciti a persuadere un lettore competente: è sempre meglio non pubblicare un articolo non buono che pubblicarlo e dopo pentirsene. In qualsiasi caso, un report di revisione non deve mai essere considerato come un verdetto sul valore personale e scientifico dell’autore. Il report va letto, usato per fare autocritica, ma poi vanno separate le critiche utili dalle preferenze idiosincratiche.

Se un articolo viene respinto, è buona pratica chiedersi che tipo di rifiuto è stato ricevuto. Una desk rejection per ragioni di ambito può richiedere poco più di una diversa contestualizzazione prima dell’invio altrove. Un rifiuto dettagliato dopo il referaggio merita una revisione più sostanziale. 

Sebbene all’inizio della propria carriera accademica si possa essere tentati di inviare altrove un articolo respinto durante il referaggio senza modificarlo, questa si rivela immancabilmente una pessima scelta strategica. Ovviamente, in casi di desk rejection per ragioni di ambito, è normale e anche scontato inviare ad un’altra rivista, ma questo non dovrebbe accadere quando il manoscritto è stato rifiutato dopo una valutazione esterna. Inoltre, si tenga ben presente che l’invio simultaneo dello stesso manoscritto a più riviste è normalmente vietato ed è trattato seriamente dagli editori e dagli organismi che si occupano di etica della pubblicazione. Infine, si deve sempre tenere presente che il plagio è una pratica scientificamente, deontologicamente ed eticamente inaccettabile che può comportare un grave danno reputazionale all’autore, la ritrattazione di pubblicazioni, la revoca di titoli formativi (laurea, dottorato) e, nei casi più gravi, l’estromissione dall’ambito accademico.